Comunicare attraverso la Musica e il Cinema
di Davide Rossini, pubblicato su Q-Time WebMagazine , il 2009-09-30.
“La fonte musicale – che non è individuabile sullo schermo, e nasce da un «altrove» fisico per la sua natura «profondo» – sfonda le immagini piatte, o illusoriamente piatte, dello schermo, aprendole sulle profondità confuse e senza confini della vita”
I rapporti fra la musica e cinema, considerati nella loro natura essenziale di “linguaggio artistico”, mostrano delle peculiari ed evidenti affinità, in particolar modo, nella loro natura intrinsecamente progressiva e ritmica.
Per un cineasta la musica può essere l’irrinunciabile collante di scene che si susseguono, il “leitmotiv” adatto ad una visione organica del lavoro cinematografico, talvolta è il mezzo principale che riesce a rendere visibili le profonde relazioni che si possono nascondere fra le diverse inquadrature, in altri momenti quell’elemento atto a creare interessanti e dinamici contrasti che possono dare spessore all’immagine; in definitiva, la musica si presenta non come una forma d’arte utilizzata per sublimare una “pellicola”, ma, diventa una parte integrante dell’opera.
Il rapporto, infine, della musica con il pubblico rimane, di fatto, un complesso linguaggio che, principalmente, veicola informazioni di natura temporale ed emozionale.
Prima di analizzare il contributo che essa dà alla totalità dell’opera cinematografica, in termini necessariamente brevi e non esaustivi, facciamo un sintetico quadro storico (tralasciando la musica utilizzata nel cinema muto), passando poi, ad analizzare gli altri elementi costitutivi di un lungometraggio.
Nel 1926 con il “Don Juan” e, in particolare, nel ’27 con “Il cantante di Jazz” (The Jazz Singer-Warner Bros), Alan Crosland tenta una prima sincronizzazione fra l’audio di un grammofono e l’immagine; ma, solo un anno dopo con il film “Luci di New York” di Bryan Foy si riesce ad inserire anche il parlato all’interno della “traccia” audio sincronizzata.
Alla Fox, intanto, si sperimentavano le prime registrazioni del sonoro in “bande ottiche” (il Movietone” inventato da Theodor Case) che consentivano la registrazione dell’audio in presa diretta: un metodo efficace che, però, costringeva le immagini in una rigida schematicità non permettendo un ulteriore lavoro di montaggio del sonoro successivo alle riprese.
La tecnica del playback (montaggio audio differito rispetto alle riprese) comincia ad essere universalmente adottata dagli anni ’50, grazie, inizialmente, a supporti magnetici che erano incollati sulla pellicola poi man mano sorpassati con tecniche sempre nuove che, negli anni, agevoleranno sempre più il lavoro di post-produzione fornendo all’audio “spazi creativi” sempre maggiori.
La colonna (o banda) sonora comprende le voci, il rumore e la musica: negli anni ’80 la tecnologia, a partire dal Dolby Stereo (soluzione adatta a ridurre il rumore di fondo su una incisione), è pienamente matura e tutti gli aspetti del sonoro vengono proposti con tecniche adeguate a far vivere un pieno coinvolgimento allo spettatore (un esempio su tutti è il film “Guerre Stellari” di George Lucas del 1977): sia per le immagini che, grazie a voci e rumori, assumono connotati realistici, sia per la possibilità di sfruttare il linguaggio musicale come opportunità artistica.
“Nella sua attitudine a sparire subito, la musica riprende tuttavia l’esigenza in cui consiste il suo inevitabile peccato cardinale nel cinema: l’esigenza di esserci.”
A questo punto possiamo fare una breve riflessione sulla musica e la sua natura di “struttura temporale” complementare e intimamente diversa rispetto alla “struttura spaziale” dell’immagine.
La più piccola informazione visiva cinematografica è data dalla singola immagine (frame), la struttura spaziale è il fotogramma; la struttura temporale nel cinema è data dalla rapida successione dei singoli fotogrammi (1/24) che danno allo spettatore la percezione del movimento e quindi, una sorta di simulazione della realtà.
Il Cinema, grazie al montaggio, al rapido susseguirsi dei fotogrammi, all’incalzare delle scene imita la natura del “divenire” tipica dell’arte musicale; ne simula la sua secolare struttura temporale fatta di melodie, motivi, ritornelli, variazioni inseriti in un contesto ritmico-temporale.
In questa prospettiva l’arte cinematografica può essere considerata una specie di simbiosi in cui le immagini statiche e la dinamica della musica assumono una cornice temporale univoca, una fusione di immagine e suono, pittura e musica; con il cinema si arriva, così, ad avere una struttura complessa a livello linguistico, una comunicazione fatta di spazio e tempo, un materiale quadridimensionale innovativo nel campo dell’arte.
1. Le funzioni comunicative della musica nel cinema
Funzione informativa: grazie a semplici suoni, rumori, o complesse trame orchestrali è possibile dare coordinate storiche, geografiche ed ambientali con la possibilità di contestualizzare la scena rappresentata.
Questa funzione poggia sull’esperienza dell’ascoltatore il quale deve saper riconoscere quella determinata melodia, o almeno, alcuni determinati stilemi linguistici per poter usufruire delle informazioni contenute nella comunicazione musicale.
Funzione discorsiva: la parte musicale presenta un testo specifico che va ad integrare o ad interagire con la scena; può avere la valenza di un commento (comunicazione pubblicitaria o cinematografica) relativo ad un oggetto specifico e/o ad una situazione specifica o una funzione referenziale che assieme ad altri linguaggi presenti mira al rafforzamento comunicativo di uno o più elementi (ad. esempio una parola o un’immagine di cui potenziare il significato).
Funzione identificativa: una serie di suoni serve ad identificare delle cose, delle persone (gruppi sociali) o dei fatti (ad. es. un inno nazionale).
Funzione poietico-estetica: la poietica riguarda l’aspetto elaborativo-formale da parte dell’autore.
In un film d’arte, ad esempio, l’autore potrebbe mirare a creare delle strutture musicali complesse ed elaborate alla ricerca di un materiale musicale di rilevanza estetica.
La funzione estetica: è la capacità che ha l’ascoltatore di cogliere, capire ed apprezzare il prodotto della funzione poietica.
Funzione mnestica: è la capacità della musica di evocare ricordi, relativi a situazioni, persone ecc. spesso molto lontani nel tempo.
La funzione mnestica è una tecnica molto usata nel campo cinematografico assieme all’utilizzo del “leitmotiv” (sequenza melodica ricorrente): un esempio chiaro si ha in quelle colonne sonore in cui si associa un tema ad una situazione specifica sin dai primi minuti rendendo il legame suono-immagine una funzione mnestica-identificativa affidata alla musica.
Un altro capitolo assai vasto ed interessante è quello delle varie funzioni d’induzione senso-motoria ed attivatrice di emozioni che si producono negli ascoltatori ed, in particolare, gli effetti che si producono all’atto della ricezione musicale.
Da tempo sono note le capacità della musica di interagire sul sistema neurovegetativo e, senza addentrarci troppo nell’argomento, si può affermare che le stimolazioni sonore hanno due campi di azione principali di ordine pragmatico:
1) induzione sensoriale, 2) attivatrici di emozioni;
in generale, si parte da un concetto piuttosto moderno che tende a considerare l’esperienza musicale non confinata solo ad un approccio meramente auditivo ma ad una relazione di tipo corporeo (sistema motorio-cinestesico, sistema sensoriale della pelle e sistema uditivo).
Questo ultimo aspetto, appena delineato, è conosciuto da anni nel mondo del cinema ed è diventato una materia fondamentale anche in campi diversi come, ad esempio, quello pubblicitario.
Conoscere determinati meccanismi ha spesso dei risvolti importanti di tipo commerciale sia nella cinematografia (intendendo il film come un prodotto) sia nei contesti in cui la pubblicità è, di fatto, un elemento irrinunciabile.
Molti autori importanti di colonne sonore o, compositori che hanno fatto proprie determinate ricerche, non a caso, sono spesso dei collaboratori preziosi in diverse situazioni commerciali dallo spot televisivo, alle composizioni originali commissionate da alcune note catene alberghiere, giusto per citare solo un paio di casi.
Il rapporto fra Musica e Cinema, ancora oggi, rappresenta un terreno parzialmente inesplorato, una materia che, a monte, di una produzione saggistica importante ma non imponente, necessita di una trattazione omogenea ed organica che possa offrire dei punti fermi e delle linee guida chiare a chi, con amore e passione, voglia approfondire questo affascinante aspetto dell’arte moderna.
Riferimenti Bibliografici:
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